Storia > Germogli di santità
Filippo nacque il 15 settembre 1943, festa della Vergine Addolorata a Brout-Vernet (Francia), paese in cui viveva la famiglia Audemard d'Alancon in seguito all'occupazione del sud della Francia da parte delle truppe tedesche (11 settembre 1942).
La famiglia era numerosa e Filippo giunse settimo dopo cinque sorelle e un fratello. Dopo di lui, due altri fratellini completeranno il quadro di questa famiglia patriarcale. Il padre Robert - ufficiale di carriera - finita la guerra faceva seguire la sua famiglia nei suoi diversi spostamenti: dalla Francia all'Austria, alla Germania e di nuovo in Francia.
Filippo ricevette la sua prima istruzione in casa paterna attraverso una governante. Ragazzo tranquillo, dolce e silenzioso, era molto sensibile ai rimproveri che gli venivano fatti. Si mostra vivo e deciso nell'azione.
Nel 1951 la famiglia si trasferì a Parigi e Filippo frequentò assieme al suo fratello maggiore la scuola cattolica "La Rochefoucauld". Il suo lavoro scolastico era regolare e senza difficoltà, per cui era sempre tra i primi.
Nel 1955 entrò nella scuola dell'abbazia benedettina di "La Pierre qui Vire", dove suo fratello Eric si trovava già da due anni. Il fatto di avere come professori dei monaci benedettini e di partecipare frequentemente alla vita dell'Abbazia (composta da circa 80 monaci), segna profondamente l'anima di Filippo. Si sviluppa in lui la vita interiore e l'attitudine alla riflessione e alla meditazione.
Nel 1961 entra nell'accademia militare di "La Flèche" e, nel settembre 1963, è ammesso alla scuola navale di Brest. Uscito con il grado di "insegna di vascello" si imbarca sulla nave scuola Giovanna D'Arco. Un giro del mondo lo arricchisce professionalmente e culturalmente. I popoli incontrati e le esperienze vissute, gli rivelano anche i gravi problemi e le sofferenze umane di molta gente. Di tutto ciò rimane molto impressionato.
Nel 1966 è nel Pacifico sulla nave logistica " Le Rhin" impegnata per una campagna di prove nucleari. Per quattro anni le sue lettere manifestano la sua fede in Dio e la sua attenzione per i bisogni e le aspirazioni dei suoi uomini.
Successivamente egli si imbarca sul sottomarino "Argonaute", conducendo per due anni una vita durissima che gli impedisce spesso movimento e libertà e richiede una disciplina rigorosa. Sempre più affiorerà nel suo cuore la domanda: "Non debbo forse lasciare tutto per consacrarmi all'Unico Necessario, al servizio di Dio?".
Le sue lettere indicano come tutte le sue riflessioni siano orientate verso Dio.
Il 30 settembre 1970 lascia l'Argonaute, Tolone, la marina, chiedendo un anno di congedo. Ma quello che doveva essere soltanto un congedo di un anno fu invece una partenza definitiva. Da allora comincia la sua instancabile ricerca della volontà di Dio. Trascorre sei o sette mesi in Svizzera, nel seminario di Ecône fondato da Monsignor Marcel Lefebvre (in un momento di particolare crisi e confusione postconciliare in Francia…). Egli comprende però che il Signore non lo vuole nel Clero secolare e la sua vocazione particolare dovrà comportare una dimensione fortemente contemplativa e (perché no?) …anche solitaria.
Dopo una breve esperienza eremitica, il 2 gennaio 1972 raggiunge il monastero della Grande Certosa, fondato da San Bruno nell' XI° secolo. Arriva in pieno inverno, in mezzo alle nevi. Sarà un periodo di grande fervore, caratterizzato da intense gioie spirituali e da purificazioni interiori. Filippo giungerà sino al noviziato, rivestendo l'abito bianco dei certosini. Ma la sua salute non regge a sufficienza l'austerità della certosa e il rigore del freddo invernale. Questa prova fu per lui positiva perché lo fece passare da un idealismo esagerato a un maggiore realismo: bisogna tenere conto maggiormente di "fratello" corpo e dei suoi limiti. Dopo aver incontrato il suo padre spirituale - un eremita benedettino - nel gennaio 1973 troverà un'accoglienza discreta e caritativa come domestico presso un monastero di monache benedettine in Provence. Lì servirà la messa ed effettuerà alcuni umili servizi fuori del monastero (un po' come il padre de Foucauld a Nazareth). Benché il suo futuro gli rimanga sempre velato, Filippo non smette di lodare il Signore. Le sue lettere si fanno sempre più rare. Egli vive nel nascondimento e, all'infuori della sua famiglia, non ha ripreso alcun contatto con parenti e amici.
Ogni tanto egli trascorre dei periodi di solitudine vicino a un'eremita. Nel 1974 fa un pellegrinaggio in Terra Santa. Nell'Anno Santo 1975, è la volta di Roma. Dopo la visita alla tomba di San Pietro e delle altre basiliche romane, la Scala Santa, ecc…, egli prosegue il suo viaggio un po' a piedi, un po' in autostop, chiedendo l'elemosina. Avendo sentito parlare di una nuova famiglia religiosa francescana sorta in Sicilia, raggiunge Palermo. Il Padre Saladino che lo ha accolto, l'indomani l'accompagna al convento dei Frati Minori Rinnovati, in via Falconara. Poco dopo è a Corleone, dove trascorre un tempo di prova. Dopo aver consultato il suo padre spirituale, ritorna a Corleone nel mese di settembre e finalmente il 26 settembre 1975, assieme ad altri cinque novizi riveste il povero "bigello" dei Rinnovati prendendo il nome di Fra Emanuele Maria della Croce. Il 7 ottobre 1976 pronuncia i primi voti per un anno solo. Terminato il noviziato, insieme ad altri confratelli, si dedica alla fondazione di una nuova fraternità a Napoli: 5 vagoni ferroviari e una baracca che funge da cappella.
Un anno dopo, nel mese di settembre 1977, fra Emanuele comincia a soffrire di tosse asmatica. Nel marzo 1978 gli accertamenti fatti presso il policlinico vecchio della città rivelano che si tratta di un tumore maligno alle ghiandole linfatiche.
Il professore D'Onofrio e il dottore Scotti che lo hanno curato ci hanno lasciato delle testimonianze commoventi:
<< Fino a quando è stato autosufficiente, era continuamente in giro per le corsie tra gli altri infermi con i quali intesseva un colloquio che non era fatto di parole ma il più delle volte di uno sguardo serafico, prodigandosi nel dar loro quel piccolo aiuto che poteva dare, sempre con il sorriso sulle labbra che bisbigliavano continuamente un' inno di lode al Signore>>. Sin dall'inizio a Fra Emanuele fu rivelata la sua condizione. Il dottore Scotti così descrive lo sguardo di Fra Emanuele dopo l'annuncio della sua patologia data dal suo superiore Fra Tommaso: <<Vidi allora gli occhi di Fra Emanuele brillare di una luce nuova e lo udii scandire con voce ferma due sole parole: "Deo Gratias!". E più tardi mi dirà: " Io sono a disposizione dell'Amore" >>. Ben presto le sue condizioni precipitarono vertiginosamente; continua il dottore Scotti: <<Posso testimoniare che il suo atteggiamento, mai caricato né invadente, non è stato mai male accetto anche da infermi o personale che non condividevano le sue idee, anzi era accolto sempre con gioia perché tutti avevano la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una fede sincera, vissuta, che come tale era un atto di donazione continua>>. Sebbene le sue condizioni fossero assai gravi e le sue sofferenze atroci, dal volto di Fra Emanuele traspariva una serenità impressionante. Era instancabile la sua opera di avvicinamento a Cristo di tutti gli ammalati ricoverati, tanto che una volta trascorse un'intera notte accanto al letto di un ammalato che ostinatamente rifiutava di confessarsi. Il giorno dopo l'ammalato chiese egli stesso il sacerdote, si confessò e si comunicò poco prima di spegnersi.
<<Col trascorrere dei giorni ebbi la sensazione - testimonia ancora il dott. Scotti - che le sue sofferenze quasi paradossalmente gli dessero sempre maggior forza per avvicinare ogni suo fratello con meravigliosa testimonianza di amore e di fede. Ben presto il suo comportamento cominciò a destare l'ammirazione di tutti e, travalicando le mura del policlinico, indusse in non poche persone, soprattutto giovani, il desiderio di conoscerlo per apprendere da lui quell'ideale di vita che il mondo d'oggi non sa prospettare. Umile nel suo comportamento ed estremamente schivo per le parole di ammirazione che spesso gli venivano dette, accoglieva tutti col solito saluto francescano, accettava i doni che gli venivano portati per distribuirli, a sera, eludendo la sorveglianza degli infermieri, a tutti gli altri ammalati>>.
Fra Emanuele della Croce poco prima di morire chiese che si cantasse il "Magnificat"; durante la sua agonia egli gridava spesso, fissando con lo sguardo il crocifisso: <<Gesù, Maria venite presto…..Alleluia! >>. Questa fu anche l'ultima sua parola. Erano le tre del mattino del 30 giugno 1978 quando la sua bell'anima lasciò quel corpo martoriato per raggiungere la casa del Padre.